politiche attive Archivi - Federformazione https://federformazione.it/tag/politiche-attive/ Federazione Italiana degli Organismi di Formazione ed Orientamento Mon, 23 Sep 2019 08:05:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0 https://federformazione.it/wp-content/uploads/2015/12/cropped-feder_logo_q-32x32.png politiche attive Archivi - Federformazione https://federformazione.it/tag/politiche-attive/ 32 32 Federformazione e la battaglia contro gli aiuti di Stato https://federformazione.it/la-nostra-battaglia-contro-gli-aiuti-di-stato/ https://federformazione.it/la-nostra-battaglia-contro-gli-aiuti-di-stato/#respond Mon, 23 Sep 2019 08:05:16 +0000 https://federformazione.it/?p=4364 Bruno Scuotto, presidente di Fondimpresa, a chiusura delle celebrazioni per i 15 anni del Fondo e di fronte ai Segretari di CGIL, CISL e UIL ha affermato: “In riferimento alla formazione finanziata noi riteniamo che non sia corretto parlare di un vantaggio offerto a beneficio della singola azienda che ottiene il sostegno alla formazione. Il… Continua a leggere Federformazione e la battaglia contro gli aiuti di Stato

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Battaglia contro gli aiuti di StatoBruno Scuotto, presidente di Fondimpresa, a chiusura delle celebrazioni per i 15 anni del Fondo e di fronte ai Segretari di CGIL, CISL e UIL ha affermato: “In riferimento alla formazione finanziata noi riteniamo che non sia corretto parlare di un vantaggio offerto a beneficio della singola azienda che ottiene il sostegno alla formazione. Il sostegno incide si, com’è ovvio, sull’azienda beneficiaria ma incide in misura ancora maggiore sul lavoratore che viene formato e vede accrescere le proprie competenze professionali.
Il lavoratore, in definitiva, accresce il proprio patrimonio di competenze e con esso accresce anche la propria capacita di collocarsi – e muoversi- all’interno del mercato del lavoro. Una volta formato, sarà in grado di utilizzare la competenze acquisite anche in realtà aziendali diverse da quella in cui e stato formato, cosicché il vantaggio, se vantaggio lo si vuole chiamare, sarà per l’intero sistema e non per la singola realtà aziendale
”.

Federformazione non può che essere d’accordo.

La mancanza di un quadro normativo chiaro sulla natura dello 0,30% gestito dai Fondi Interprofessionali ha generato mostri. Le grandi imprese hanno i Conti Formativi e le PMI (il 95% in Italia) no. Di conseguenza, queste ultime devono sottostare a pesanti adempimenti amministrativi, ai relativi controlli e all’assurdità di vedere i contributi ottenuti sommarsi a quelli per gli investimenti.

Il relativo peso burocratico ha così rallentato enormemente i tempi di erogazione dei Fondi nonché i loro costi di gestione. In aggiunta la visione “pubblicistica” li ha resi progressivamente vittime di ingerenze sulle loro policy da parte della Pubblica Amministrazione (non solo Ministero del Lavoro e ANPAL, ma anche ANAC, Antitrust etc…), che considerano i Fondi interprofessionali mere “stazioni appaltanti” della P.A.

Federformazione ritiene, invece, che vada rivisto totalmente il sistema delle Politiche Attive del Lavoro (di cui i Fondi sono parte fondamentale), in termini di efficienza e di efficacia e si augura che stavolta il Governo ascolti le Parti Sociali e gli operatori della formazione rappresentati dalla Federazione stessa.

Giovanni Galvan

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Ripensare la formazione: 4 idee per il Governo Conte https://federformazione.it/ripensare-la-formazione-4-idee-per-governo-conte/ https://federformazione.it/ripensare-la-formazione-4-idee-per-governo-conte/#respond Thu, 12 Sep 2019 14:01:38 +0000 https://federformazione.it/?p=4318 Fatto, o meglio quasi fatto il Governo Conte bis. La prima impressione che si ha leggendo i giornali o sbirciando sui social le notizie più importanti, è che sia decisamente cambiato il vento politico nel nostro Paese. Con una velocità mai vista prima. Se è così allora ci sono di nuovo spazi importanti per riproporre… Continua a leggere Ripensare la formazione: 4 idee per il Governo Conte

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4 idee per il nuovo Governo ConteFatto, o meglio quasi fatto il Governo Conte bis. La prima impressione che si ha leggendo i giornali o sbirciando sui social le notizie più importanti, è che sia decisamente cambiato il vento politico nel nostro Paese. Con una velocità mai vista prima. Se è così allora ci sono di nuovo spazi importanti per riproporre alcuni temi che a noi stanno decisamente a cuore.

La formazione come diritto soggettivo

Il primo riguarda l’idea che la formazione sia un diritto soggettivo del lavoratore, da garantire a tutti e con uguali condizioni di accesso.

In Italia non è così. Esiste un esercito di lavoratori che non ha accesso alla formazione finanziata, o cofinanziata, e che se vuole aggiornarsi deve mettere mano al portafoglio. Gli addetti ai lavori sanno che la formazione è pensata in funzione dell’azienda. Se il lavoratore è un dipendente di sé stesso la formazione se la paga con risorse sue. Se invece si ritiene che la formazione sia un diritto soggettivo del lavoratore allora il sistema si sposta sulla persona (il famoso e spesso abusato concetto della persona al centro) che sceglie da sé quale corso seguire o su cosa aggiornarsi. Non si tratta di superare la bilateralità, ma di colmare lacune evidenti che indeboliscono l’efficienza del sistema.

La formazione come asset per la crescita

La seconda: la formazione è uno degli asset fondamentali per far crescere la produttività delle imprese e l’economia del Paese. Quindi servirebbe ragionare seriamente su come rendere efficiente un sistema che brucia risorse importanti sul bilancio dello Stato. Definire (magari) sistemi di valutazione che, salvo alcune rarissime eccezioni, mancano completamente nel contesto dei fondi interprofessionali. Ci riferiamo in questo caso ai meccanismi di valutazione di impatto non solo economici ma anche sociali e ambientali in senso ampio.

La formazione e l’incrocio di competenze

Terza questione: il mercato del lavoro di oggi in Italia non premia le competenza di alto profilo. Si cercano competenze che non ci sono in numero sufficiente rispetto alle esigenze delle aziende e non si riesce a inserire i più giovani o reinserire chi viene espulso dal sistema.

Ripensare la formazione in una ottica di ecosistema del lavoro basato sull’incrocio delle competenze per noi sembra essere l’unico modello possibile. Gli esempi cui ispirarsi non mancano, anzi probabilmente non occorre inventarsi nulla. Solo restando nel Belpaese basta andare a vedere come funziona il Fraunhofer di Bolzano. Naturalmente con la consapevolezza che bisogna sperimentare e contestualizzare i modelli, su schemi nazionali e regionali non in competizione tra loro ma ispirati da una visione comune e condivisa di sviluppo, possibilmente sostenbile.

Il lifelong learning

Infine uno sguardo al periodo medio lungo. L’Italia si prepara ad un inverno demografico che secondo gli esperti avrà conseguenze pesanti sul sistema economico e sociale del paese. E contemporaneamente avrà bisogno di crescere per mantenere livelli di competitività che consentano di tenere in equilibrio un sistema di protezione e coesione sociale di cui la stessa formazione fa parte. Ripensare il mondo della formazione vuol dire farsi carico delle competenze della persona lungo tutto l‘arco della sua esistenza, o almeno in quello della sua carriera lavorativa che oggi diventa sempre più discontinua e frammentata.

Per farlo va superata un’impostazione che segmenta e separa il mondo dell’istruzione da quello della formazione, nell’ottica appunto del diritto soggettivo all’accesso ad una istruzione di qualità lungo l’intero periodo di vita del lavoratore, quindi, appunto, della persona.

Diego Castagno
Presidente Federformazione

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Formazione continua: il comandante ha abbandonato la nave? https://federformazione.it/formazione-continua-comandante-ha-abbandonato-nave/ https://federformazione.it/formazione-continua-comandante-ha-abbandonato-nave/#respond Mon, 20 May 2019 06:00:31 +0000 https://federformazione.it/?p=3787 Torniamo su un tema più volte affrontato sulle nostre pagine e quanto mai di attualità: il controllo delle attività formative svolte con l’utilizzo dei fondi pubblici. È sufficiente digitare sul motore di ricerca di Google News due parole di uso comune, “formazione “ e “truffa”, per accorgerci come queste compaiano drammaticamente appaiate in numerosi episodi… Continua a leggere Formazione continua: il comandante ha abbandonato la nave?

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Formazione continua: comandante salga a bordoTorniamo su un tema più volte affrontato sulle nostre pagine e quanto mai di attualità: il controllo delle attività formative svolte con l’utilizzo dei fondi pubblici.

È sufficiente digitare sul motore di ricerca di Google News due parole di uso comune, “formazione “ e “truffa”, per accorgerci come queste compaiano drammaticamente appaiate in numerosi episodi di cronaca giudiziaria.

Solo negli ultimi mesi la Guardia di Finanza ha evidenziato un uso illecito, in attività formative, di decine di milioni di euro derivanti dai fondi europei, regionali e dai fondi interprofessionali, da nord a sud del nostro Paese, confermando un malcostume tutto italiano nell’utilizzo delle risorse pubbliche.

Questi fatti di cronaca, inevitabilmente, gettano lunghe ombre su un settore che è popolato da migliaia di operatori di eccellenza che con dedizione, passione e professionalità si dedicano alla formazione, qualificazione e riqualificazione di disoccupati e di occupati, lavorando purtroppo contro una concorrenza (sleale) di chi le regole tende a non rispettarle.

Già, le regole…

Abbiamo avuto occasione di affrontare questo discorso più di un anno fa a commento della circolare ANPAL del 10 aprile 2018 che, timidamente, ha cercato di dettare linee guida sulla gestione delle risorse attribuite ai fondi interprofessionali per la formazione. La nostra Associazione aveva allora auspicato una riforma sistemica del settore della formazione continua, anche con un intervento legislativo che possa porre fine a criticità ad oggi irrisolte, e non di poco conto, in tema di modalità di accesso e di utilizzo delle risorse, in particolare dei fondi interprofessionali.

Ma sembra che chi doveva, nelle intenzioni del legislatore, governare il processo, sia sparito dalla plancia di comando. ANPAL ha infatti declinato l’invito ad assumersi delle competenze penetranti in materia di vigilanza sulla formazione, ed anche la funzione di indirizzo e coordinamento statuita dal d.lgs. 150/2015 sembra non particolarmente efficace, avendo concentrato tutte le risorse umane ed economiche sulla gestione del reddito di cittadinanza, e trascurando la formazione quale parte fondamentale di un sistema di politiche attive del lavoro evoluto e che possa garantire quegli obiettivi di crescita personale ed economica tanto rincorsi.

È sempre più urgente assumere saldamente la guida di un settore lasciato a se stesso o, nel migliore dei casi, alla buona volontà delle regioni, che però possono incidere limitatamente sul proprio territorio e comunque non in un’ottica di respiro nazionale. Diversamente episodi come quelli balzati agli onori delle cronache in questi giorni diverranno purtroppo sempre più frequenti.

È ora che chi deve guidare questa nave torni saldamente al timone. Comandante salga a bordo…!

R.N.

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La formazione come politica (attiva) per il lavoro https://federformazione.it/formazione-come-politica-attiva-lavoro/ https://federformazione.it/formazione-come-politica-attiva-lavoro/#respond Thu, 20 Dec 2018 12:06:48 +0000 https://federformazione.it/?p=3252 Il nostro commento alla manovra del Governo Conte Nella manovra finanziaria del Governo Conte la formazione torna ad essere considerata a tutti gli effetti una misura di politica per il lavoro, uno strumento fondamentale per favorire l’inserimento o il reinserimento nel mercato del lavoro. Non si è verificato il taglio, da più parti evocato o… Continua a leggere La formazione come politica (attiva) per il lavoro

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La formazione come politica attiva del lavoro

Il nostro commento alla manovra del Governo Conte

Nella manovra finanziaria del Governo Conte la formazione torna ad essere considerata a tutti gli effetti una misura di politica per il lavoro, uno strumento fondamentale per favorire l’inserimento o il reinserimento nel mercato del lavoro.

Non si è verificato il taglio, da più parti evocato o temuto, delle risorse gestite dai fondi interprofessionali che finanziano la formazione continua agli occupati.

Da quello che ad oggi si può intuire la formazione per i percettori del reddito di cittadinanza sarà finanziata con i fondi aggiuntivi previsti nella manovra.

Si parte dal potenziamento dei Centri per l’impiego.

Del resto non può un Paese come l’Italia, alle prese con tassi di disoccupazione così elevati, tollerare performance tanto negative da parte del servizio pubblico. Allo stesso modo l’idea di mettere in rete le risorse dei soggetti coinvolti nelle politiche per l’occupazione, siano essi pubblici o privati, si conferma essere la sola strada possibile per garantire livelli di prestazioni accettabili su tutto il territorio nazionale.

L’idea di legare il reddito di cittadinanza tanto a percorsi di formazione quanto a percorsi di reinserimento lavorativo rinvia al tema del rapporto fra politiche del lavoro e politiche di coesione all’interno di un sistema integrato per lo sviluppo sia economico sia sociale del Paese.

Negli ultimi anni si è parlato con grande enfasi di politiche per il lavoro, pensando quasi esclusivamente al risultato occupazionale e quasi mai alla qualità della reale opportunità offerta.

Se non c’è lavoro è difficile pensare a politiche per l’occupazione. Occorre quindi stimolare la crescita e poi fare in modo che la crescita generi nuovo lavoro, che non sia lavoro povero o lavoro precario.

Oggi si ricomincia timidamente a parlare di formazione per rendere le persone più “occupabili”, come dicono gli addetti ai lavori, e più in grado di affrontare i cambiamenti.

I numeri della formazione in Italia

La formazione in Italia tuttavia sconta un antico pregiudizio, in parte legato al sistema scolastico del ‘900 ed in parte a situazioni di opacità nella gestione complessiva del sistema, troppo frammentato per essere un motore di crescita del sistema Paese.

La formazione oggi invece è centrale nell’economia di una società basata sulla conoscenza e sul capitale umano, che traduce innovazione in produttività e crescita. Investire in formazione conviene a tutti, alle imprese, ai lavoratori e allo stato che deve porsi l’obiettivo di ridurre livelli di disuguaglianza sociale ed economica divenuti ormai insostenibili.

In Italia il sistema della formazione muove circa 2,5 miliardi di Euro in Italia. Ci sono circa 7000 enti accreditati a livello regionale ed altrettanti enti non accreditati per un numero di addetti superiore a 25mila persone. Gli enti di formazione costituiscono una infrastruttura preziosa nell’attuazione delle politiche per il lavoro e la coesione sociale.

Occorre però alzare l’asta e ripensare un sistema puntando sulla qualità e sull’efficienza, valutando l’impatto sociale degli investimenti e mettendo in rete le risorse di quanti lavorano nel mondo dell’istruzione e delle politiche per la crescita e l’occupazione.

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Formazione e reddito di cittadinanza: quali scenari https://federformazione.it/formazione-reddito-cittadinanza-scenari/ https://federformazione.it/formazione-reddito-cittadinanza-scenari/#respond Fri, 14 Dec 2018 13:18:38 +0000 https://federformazione.it/?p=3185 Apparentemente nessuno oggi, fatta eccezione per gli addetti ai lavori, parla di formazione, ed ancora meno, di istruzione. Si conferma una anomalia tutta italiana, in un Paese che cresce poco o nulla e che non sembra avere ancora ben chiaro il ruolo del capitale umano nella dinamiche di innovazione e crescita del sistema economico. Un’economia… Continua a leggere Formazione e reddito di cittadinanza: quali scenari

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Nessuno parla di formazione e istruzione

Apparentemente nessuno oggi, fatta eccezione per gli addetti ai lavori, parla di formazione, ed ancora meno, di istruzione.

Si conferma una anomalia tutta italiana, in un Paese che cresce poco o nulla e che non sembra avere ancora ben chiaro il ruolo del capitale umano nella dinamiche di innovazione e crescita del sistema economico.

Un’economia della conoscenza oggi non può non investire nelle competenze e non può ostinarsi a sottovalutare quanto sia strategico il ruolo della manutenzione delle conoscenze acquisite nella fase dell’istruzione durante tutta la vita dell’individuo, che nell’economia di oggi deve essere pronto a cambiare spesso ruolo e funzione.

Il silenzio sull’argomento in realtà nasconde un’imbarazzata incertezza su come si devono riscrivere le regole di un sistema che dopo anni necessita di manutenzione. In questo senso noi siamo convinti che le maggiori attenzioni dei legislatori passino proprio dal ruolo della formazione all’interno del sistema che lega lavoro, coesione sociale, inclusione e crescita.

Il Reddito di cittadinanza, fortemente voluto dal Governo ed in particolare dal Ministro Di Maio, ancora in una fase di costruzione, assegna alla formazione un ruolo strategico, e del resto non potrebbe essere diversamente. Oggi conta l’occupabilità, cioè il possesso delle competenze necessarie ad affrontare periodi di transizione e ad accedere alle opportunità che il mercato del lavoro presenta. E conta la proattività, cioè la capacità di proporsi e generare opportunità.

Il tema del lavoro dignitoso, e sullo sfondo quello della precarietà, rinvia all’empowerment del lavoratore, che è nuovamente un fatto di competenze e conoscenze, e che implica processi di trasferimento efficaci ed efficienti.
Il tema dell’ANPAL, l’Agenzia Nazionale per il Lavoro che avrebbe dovuto mettere in rete gli operatori del mondo della formazione e delle politiche del lavoro e di cui nessuno parla più, passa dal rafforzamento del sistema della formazione, oltre che da quello dei centri per l’impiego.

In altri termini, la formazione è un tema davvero traversale. È un diritto dovere sia del lavoratore sia dell’azienda, nel senso che conviene ad entrambi, a prescindere dalle dimensioni dell’azienda o dal settore di attività.
Eppure, come tutti pensano e nessuno dice, occorre sistemare alcune cose, altrimenti il sistema rischia di implodere e perdere in credibilità.

L’articolo de il Fatto Quotidiano che mette in evidenza la carenza di verifiche nei sistemi di autorizzazione e di controllo dimostra come serva una nuova cultura della formazione, che superi logiche puramente autoreferenziali e incentivi qualità nell’offerta formativa.
Le Agenzie di formazione devono andare oltre la pura gestione, e devono mettere in comune la loro esperienza per mettere in relazione territorio e azioni finanziate dalla politica. Allo stesso modo gli operatori della formazione devono inoltre acquisire consapevolezza del loro ruolo.

Insomma occorre alzare l’asticella e tentare di ripensarsi in un sistema che mette in relazione istruzione, scuola università e mondo del lavoro. Ed occorre un lavoro paziente di dialogo, ascolto e messa in rete delle esperienze migliori, per rendere efficiente ed efficace un sistema, quello della formazione, che è strategico in tutte le economie moderne del mondo.

Diego Castagno
Presidente Federformazione


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Agenzie e fondi entrano nel reddito di cittadinanza

Formazione ai disoccupati affidata anche alle imprese

Le imprese chiedono la formazione, oggi la risposta di Di Maio

Fondi per la formazione: milioni di euro con un’autocertificazione 

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Il reddito di cittadinanza ed il palazzo del lavoro https://federformazione.it/il-reddito-di-cittadinanza-ed-il-palazzo-del-lavoro/ https://federformazione.it/il-reddito-di-cittadinanza-ed-il-palazzo-del-lavoro/#respond Wed, 17 Oct 2018 08:20:53 +0000 https://federformazione.it/?p=2609 Reddito di cittadinanza: ci siamo Prende forma il reddito di cittadinanza ed è un reddito di cittadinanza attivo, che tenta la via dell’inclusione sociale attraverso l’inclusione lavorativa ed una conciliazione tra politiche per il lavoro e la coesione, con condizionali e mix di sostegno e riqualificazione. Chi percepisce il sussidio deve partecipare ad un programma… Continua a leggere Il reddito di cittadinanza ed il palazzo del lavoro

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Reddito di cittadinanza

Reddito di cittadinanza: ci siamo

Prende forma il reddito di cittadinanza ed è un reddito di cittadinanza attivo, che tenta la via dell’inclusione sociale attraverso l’inclusione lavorativa ed una conciliazione tra politiche per il lavoro e la coesione, con condizionali e mix di sostegno e riqualificazione.
Chi percepisce il sussidio deve partecipare ad un programma di reinserimento nel mercato del lavoro. Deve, quindi, formarsi e riqualificarsi, fare lavori socialmente utili e non può rifiutare più di tre offerte di lavoro.

La centralità della formazione

Si ritorna, finalmente, a parlare di formazione come politica attiva del lavoro. Del resto, in un’economia basata sul capitale umano la formazione è centrale, sia per gli occupati sia per chi un lavoro non ce l’ha. E soprattutto si ammette senza troppi giri di parole che buona parte del progetto dipenderà da una riforma radicale e sostanziale dei Centri per l’impiego. Una riforma che, nel quadro del reddito di cittadinanza, deve essere l’infrastruttura portante per garantire livelli di prestazione standardizzati su tutto il territorio nazionale. Questo a prescindere dal ruolo dei privati e dal rapporto tra enti locali ed amministrazione centrale. Lo ha spiegato bene Pasquale Tridico ieri pomeriggio in occasione di un seminario sul rapporto tra Reddito di cittadinanza e CPI all’Università Roma Tre, presentando il suo disegno di riforma dei Centri per l’impiego che per il professore vanno pensato come veri e propri “palazzi del lavoro”.

Che cosa abbiamo bisogno

Dopo quattro riforme in vent’anni ora servono politiche di sistema, fatta di misure integrate che mettano assieme sviluppo crescita e coesione ed il cui impatto sociale ed economico sia, possibilmente, misurabile.
Serve una macchina amministrativa efficiente, quindi servono risorse ed investimenti. Per avere un termine di paragone basta guardare cosa accade negli altri Paesi UE, magari passando per Milano per vedere come opera AfolMet. Perché proprio AfolMet? Perché è un Centro per l’impiego dove le cose funzionano e che dimostra che è possibile garantire servizi di qualità mettendo assieme politiche attive per il lavoro e politiche di lotta alla povertà e coesione sociale.

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Avviata la sperimentazione per l’assegno di ricollocazione: alcune considerazioni https://federformazione.it/anpal-avviata-la-sperimentazione-per-lassegno-di-ricollocazione/ https://federformazione.it/anpal-avviata-la-sperimentazione-per-lassegno-di-ricollocazione/#respond Thu, 09 Mar 2017 08:48:59 +0000 https://federformazione.it/?p=1101 Dopo una lunga serie di tribolazioni e aggiustamenti, l’ANPAL ha finalmente dato il via alla sperimentazione per l’assegno di ricollocazione, il nuovo strumento di politica attiva del lavoro che dovrebbe rappresentare, dalle parole del presidente Del Conte “Una rivoluzione culturale, un importante cambio di prospettiva” all’interno del mercato del lavoro nazionale. Che cos’è l’assegno di… Continua a leggere Avviata la sperimentazione per l’assegno di ricollocazione: alcune considerazioni

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assegno ricollocamento federformazione

Dopo una lunga serie di tribolazioni e aggiustamenti, l’ANPAL ha finalmente dato il via alla sperimentazione per l’assegno di ricollocazione, il nuovo strumento di politica attiva del lavoro che dovrebbe rappresentare, dalle parole del presidente Del Conte “Una rivoluzione culturale, un importante cambio di prospettiva” all’interno del mercato del lavoro nazionale.

Che cos’è l’assegno di ricollocazione

Sostanzialmente, l’assegno di ricollocazione è un voucher che il disoccupato può spendere presso una serie di soggetti definiti, allo scopo di ottenere supporto e accompagnamento nella ricerca di una nuova occupazione.

La fase di sperimentazione sarà aperta a circa 30.000 disoccupati selezionati dall’INPS fra i percettori di NASPI (la vecchia indennità di disoccupazione) da più di quattro mesi. Queste persone potranno rivolgersi ad una platea di soggetti qualificati fra cui i centri per l’impiego e le agenzia accreditate ai servizi al lavoro su base nazionale o regionale.

Valore e condizioni per usufruire dell’assegno di ricollocazione

Innanzitutto il focus della remunerazione per gli enti è fortemente orientato al risultato, con la quasi totalità delle risorse che vengono assegnate a condizione che il disoccupato sia realmente reinserito nel mercato del lavoro, con un contratto di lavoro subordinato per un minimo di 6 mesi (3 mesi per le regioni definite “meno sviluppate”).

Il valore dell’assegno varia da un minimo di 250 a un massimo di 5.000 Euro, in funzione delle caratteristiche di profilazione dell’utente, che può essere catalogato su una scala che va da 0 (probabilità nulla di restare disoccupato nei successivi 12 mesi) e 1 (probabilità totale di restare disoccupato nei successivi sei mesi.

Viste così, le caratteristiche principali dell’assegno di ricollocazione, fanno ben intuire a che tipo di rivoluzione si riferisca il presidente Del Conte: l’esborso di risorse pubbliche per le politiche attive del lavoro deve essere legato al raggiungimento di risultati, e non rinforzare la logica di sussidiarietà passiva né dal punto di vista dei disoccupati, né tanto meno da quello degli enti erogatori del servizio.

Questo principio generale non può che riscuotere ampio consenso: dopo anni in cui il mondo della ricollocazione professionale finanziata dal pubblico è sembrato essere più che altro welfare per gli operatori di settore, con la progressiva perdita di interesse per il risultato occupazionale, è sicuramente necessario dare una sferzata al sistema, e riportare l’attenzione all’obiettivo vero e proprio del processo, e cioè la collocazione degli utenti.

In questo senso, d’altronde, si erano già mosse le regioni più virtuose negli ultimi anni, con la Lombardia in testa, che aveva rivisitato gli strumenti costruiti sul modello della Dote Lavoro, in modo da incentivare in modo importante la ricollocazione, e non permettere agli enti di vivacchiare con le attività riconosciute a processo.

Il nostro punto di vista

Detto questo, a mio parere, come spesso capita nel nostro bel Paese, si passa sempre troppo repentinamente da un eccesso all’altro, e gli eccessi, si sa, non sono mai una vera e propria soluzione al problema. Vorrei a questo proposito proporre alcune riflessioni nel merito delle particolarità dell’assegno di ricollocazione, che potrebbero rischiare di renderlo disfunzionale rispetto all’obiettivo generale.

Il risultato occupazionale

Innanzitutto, per quanto sia importante valorizzare il risultato occupazionale, non si può dimenticare che questo è figlio di un processo di accompagnamento fatto di tappe strutturate e strumenti specifici. Per questo motivo, andrebbe riconosciuta agli operatori un’attività minima a processo, che garantisca quanto meno una preparazione qualitativamente adeguata al percorso di ricerca di un nuovo lavoro.

Nei casi di risultato non raggiunto, con l’assegno di ricollocazione, all’ente viene riconosciuto l’equivalente di 3 ore di attività (il cosiddetto free4service) per una cifra di 106,50 Euro, solo a condizione che nei sei mesi precedenti lo stesso abbia ottenuto risultati occupazionali del 10% superiori al valore medio di ricollocazioni spontanee fra i percettori di NASPI nella regione di riferimento. Dal mio punto di vista, tre ore di attività, a queste condizioni, non sono un valore minimamente sufficiente a garantire l’avvio di un percorso qualitativo e professionale con l’utente.

Le tempistiche dei contributi

Un altro punto da valutare con attenzione sono le tempistiche di corresponsione dei contributi a risultato occupazionale raggiunto: il soggetto erogatore si vedrà liquidata un parte della somma dovuta alla stipula del contratto, e il restante in ratei trimestrali o semestrali a seconda del tipo di contratto sottoscritto. Oltretutto, il diritto al bonus per il risultato ottenuto è vincolato al fatto che il rapporto di lavoro abbia una durata effettiva minima di 12 mesi per i contratti a tempo indeterminato, e che arrivi fino al termine per i contratti a tempo determinato.

Questi particolari rischiano di compromettere l’efficacia dello strumento nella misura in cui possono spingere gli enti erogatori a non investire in modo qualitativo e deciso su questa particolare attività. Può un soggetto investire in modo importante nel processo, se deve esporsi economicamente per un periodo che può arrivare a un intero anno, anticipando buona parte dei costi sostenuti, a fronte di cifre di rientro non certo così alte? È corretto che il ricavo derivante da un percorso di ricollocazione professionale dipenda dalla durata effettiva del rapporto di lavoro, quando questa è oggettivamente determinata da fattori che si giocano fra il lavoratore, l’azienda, e il mercato di riferimento?

Mettendo insieme queste riflessioni sono portato a ritenere che l’assegno di ricollocazione sia uno strumento da migliorare per renderlo veramente efficace, e soprattutto alla portata degli attori in gioco nel variegato panorama delle politiche attive del lavoro in Italia. A queste condizioni, si rischia di aprire lo strumento solo alle grandi agenzie di somministrazione che hanno la struttura per sostenere l’accoglienza senza rimborso, e possono ottenere risultati occupazionali veicolando gli utenti dell’assegno fra le offerte di lavoro che raccolgono con la loro rete commerciale. In questo modo, però, non si creano nuove opportunità, ma si riciclano quelle già esistenti.
Sarebbe in questo senso un vero peccato non mettere in condizioni di operare tutte quelle realtà di dimensioni medio-piccole che per anni si sono costruite una professionalità specifica nel campo dell’outplacement e della ricollocazione professionale, facendone la propria mission primaria.

L’integrazione tra pubblico e privato

Un ultimo punto su cui vorrei riflettere è la tipologia di integrazione proposta fra soggetti pubblici e privati. In questo caso i centri per l’impiego vengono messi in condizione di fare le stesse attività, quindi in concorrenza, con gli enti privati accreditati. L’integrazione fra pubblico e privato dovrebbe essere mirata a creare sinergia fra le competenze provenienti dai due diversi ambiti, in modo da offrire all’utente un servizio qualitativamente migliore e più efficiente. Per questo, forse, avrebbe avuto più senso lasciare ai centri per l’impiego il compito di svolgere accoglienza e primo filtro, mantenendo una posizione di regia e monitoraggio sull’attività, ma affidare ai soli enti privati l’accompagnamento al lavoro e lo scouting sul mercato; in questo modo si sarebbero valorizzate le specificità di entrambe le parti, cercando di offrire all’utente il meglio di ognuna.

In sintesi, aspettiamo di vedere quali saranno i ritorni e gli esiti della fase di sperimentazione, nella speranza che tutto possa funzionare per il meglio, e che, se così non fosse, le critiche costruttive come le nostre possano essere accolte e considerate nell’ottica di una continua crescita per il raggiungimento di obiettivi così importanti.

Il nostro mercato ha enormemente bisogno di nuovi strumenti che possano moltiplicare le possibilità dei disoccupati, e, più d’ogni altro chi sta ogni giorno sul campo, può offrire spunti e suggerimenti per migliorare.

Davide Resmini

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La nuova agenzia per le politiche attive del lavoro https://federformazione.it/la-nuova-agenzia-per-le-politiche-attive-del-lavoro/ https://federformazione.it/la-nuova-agenzia-per-le-politiche-attive-del-lavoro/#respond Tue, 30 Jun 2015 21:42:48 +0000 https://federformazione.it/?p=73 Costituzione dell’ANPAL Uno degli ultimi provvedimenti del jobs act, approvato la scorsa settimana dal consiglio dei ministri, riguarda una complessiva riforma di politiche attive e servizi per il lavoro. Tale decreto legislativo prevede la costituzione di una nuova agenzia di carattere nazionale denominata ANPAL (Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro), che sarà il… Continua a leggere La nuova agenzia per le politiche attive del lavoro

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Jobs act misure principali

Costituzione dell’ANPAL

Uno degli ultimi provvedimenti del jobs act, approvato la scorsa settimana dal consiglio dei ministri, riguarda una complessiva riforma di politiche attive e servizi per il lavoro. Tale decreto legislativo prevede la costituzione di una nuova agenzia di carattere nazionale denominata ANPAL (Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro), che sarà il punto cardine per la nascente Rete nazionale dei servizi di politiche del lavoro.

La costituzione dell’ANPAL non graverà sulle finanze pubbliche, in quanto il personale che animerà l’agenzia sarà prelevato in parte dal ministero del lavoro ed in parte dall’ISFOL. La ratio di questo intervento è quella di creare un nuovo soggetto che faccia da guida e coordinamento per tutti gli operatori del mercato del lavoro che agiscono sul territorio nazionale, in modo da far muovere il sistema intorno a linee di indirizzo ed obiettivi, condivisi e fissati per tutto il Paese.

Politiche attive del lavoro

Il sistema che nascerà intorno a questo nuovo intervento prevederà la creazione di un albo di soggetti accreditati a svolgere attività in materia di politiche attive del lavoro, l’istituzione di un sistema informativo nazionale e la creazione del fascicolo elettronico del lavoratore, in un’ottica di garanzia degli standard qualitativi, efficienza ed efficacia dei servizi offerti e di un monitoraggio continuo dei risultati.

Diretta conseguenza di questo intervento, sono la revisione dei contributi di sostegno al reddito, per disoccupati o lavoratori in situazione di difficoltà, con l’istituzione di nuove categorie come “disoccupato parziale” o “lavoratore a rischio discoccupazione”, e l’ideazione dell’assegno di ricollocazione (sul modello delle DOTI, già in uso in alcune regioni d’Italia), per l’accompagnamento alla ricerca di occupazione.

Siamo di fronte all’ennesimo tentativo di trasformare le politiche del lavoro partendo da livello nazionale, con un forte impulso all’integrazione fra pubblico e privato, e con la volontà, in questo caso di unificare tutto il mercato sotto regole comuni.

La speranza che riponiamo in questo provvedimento è che non si tratti della mera creazione di una sovrastruttura che vada a sovrapporsi a quelle già esistenti, e che porti ad una ulteriore frammentazione delle idee e delle regole in gioco, ma che possa davvero fare da raccordo fra gli attori del mercato del lavoro per concorrere alla generazione di un sistema di welfare con l’individuo e i suoi bisogni al centro dell’attenzione.

Allo stato attuale, visti i numeri della disoccupazione sul territorio nazionale, in particolare quella giovanile, e lo stato di precarietà che vivono molti lavoratori le cui aziende non sempre possono garantire continuità occupazionale, si impone l’avvio di un processo serio e ragionato per la creazione di percorsi che permettano alle persone di orientarsi, qualificarsi o riqualificarsi in modo da essere sempre più ricettivi e spendibili nel proprio mercato di riferimento.

La posizione di Federformazione

Dal nostro punto di vista la formazione è la via maestra per raggiungere questi obiettivi, e l’unico strumento possibile per rinforzare in modo decisivo la competitività delle imprese, e la competenza degli individui.

Perché sia il centro di questo nuovo processo di cambiamento, però, occorre che alla formazione vengano concessi i congrui finanziamenti, attraverso tutti i canali possibili (fondi europei, strutturali o diretti, progetti territoriali, fondi interprofessionali), senza preclusioni e senza distrazioni verso altri obiettivi. Occorre investire per crescere.

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