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01 Ago

Lavoro intermittente e lavoro accessorio: numeri ed effetti

Lavoro accessorio

È stato pubblicato in questo mese uno studio di INAPP sul lavoro intermittente e sul lavoro accessorio, con un tempismo straordinario, che dimostra, se ancora qualcuno avesse avuto qualche dubbio sul tema, come le aziende abbiano bisogno di lavoro a tempo e flessibile, e che quasi sicuramente non basta un legge per quanto restrittiva e severa a convincere le imprese ad instaurare contratti di lavoro a tempo indeterminato.

Lo studio “Ricorso al lavoro accessorio e domanda di lavoro discontinuo” condotto da Marco Centra, Michelangelo Filippi, Manuel Marocco, Roberto Quaranta e Stefano Sacchi per conto di INAPP rivela come il ricorso al lavoro accessorio valga all’incirca dieci milioni di ore di lavoro al mese e che, in presenza di leggi che ne vietano l’utilizzo, le aziende si rivolgono a soluzioni simili per soddisfare il bisogno di manodopera flessibile. In pratica, secondo Stefano Sacchi, presidente dell’INAPP, si sviluppa un effetto “travaso” tra i due istituti legato ad una domanda di “lavoro discontinuo genuinamente motivata da esigenze di carattere organizzativo-produttivo anziché dalla volontà di utilizzare strumenti legali per occultare lavoro sommerso.” Lo dimostra il fatto che, secondo i dati analizzati dall’INAPP, nonostante la presenza di criteri di utilizzo molto stringenti e l’introduzione della tracciabilità dei voucher nell’ottobre del 2016 è aumentato l’utilizzo del lavoro a chiamata, tanto da scatenare le reazioni dei sindacati che sul tema hanno promosso un referendum e costretto il Governo Gentiloni a bloccarne l’utilizzo.

Lo studio, inoltre, sembra confermare come l’assenza di strumenti normativi e legali, come il voucher, comporti il reale rischio di lavoro nero o parzialmente sommerso. Un approccio eccessivamente restrittivo, simile a quello cui il governo ha importato il Decreto Dignità in materia di limitazione dell’uso del contratto a tempo, potrebbe portare a effetti contrari a quelli perseguiti. Tutto questo non sembra comunque sufficiente a risolvere il tema della eccessiva precarizzazione del mercato del lavoro, problema che senz’altro esiste e che non è una invenzione del Ministro Di Maio.


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