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18 Giu

L’avvocato Ross: opportunità o minaccia?

Avvocato Ross: opportunità o minaccia?

 

Ormai Ross, l’avvocato infallibile frutto dell’intelligenza artificiale, non fa quasi più notizia. Un po’ come il dottor Watson il super computer che di professione fa il medico, Ross legge ed elabora decine di leggi, centinaia di sentenze e migliaia di casi, quindi basta fargli una domanda per ottenere una risposta che non può essere sbagliata, visto che l’intelligenza artificiale ha una capacità di elaborazione dei dati impensabile per l’intelligenza umana.

Gli avvocati devono aver paura di essere sostituiti da Ross? Secondo i più ottimisti no, così come i medici non devono aver paura di essere scalzati dal dottor Watson. Il Computer non sa fare domande, prerogativa che resta prettamente umana. Semmai si profila una nuova alleanza tra uomo e macchina, alleanza dinamica e in costante mutamento: trattandosi di intelligenza artificiale, il sistema è in grado di imparare e di migliorare con l’ ”esperienza” ed il numero di dati analizzatine elaborati. L’uomo dal canto suo deve imparare ad interagire con la macchina, in un processo di apprendimento costante e continuo che assomiglia ad un a scuola grande come il mondo e che dura tutta la vita, di cui oggi non c’è traccia dalle nostre parti.

Il tema del rapporto tra uomo e l’intelligenza artificiale, così come il cambiamento del mondo del lavoro innescato da una straordinaria fase di innovazione dei processi produttivi rinvia poi ad un problema di sostenibilità di uno sviluppo che rischia di tagliare fuori, più che di includere.
Da quando Ross è stato inventato ad oggi l’avvocato digitale è stato “assunto” e lavora ormai in tutto il mondo, e non solo nei grandi studi legali americani. E il datore di lavoro si dichiara tendenzialmente molto soddisfatto. Ross non riposa mai, effettua un monitoraggio costante della sfera legale di riferimento e notifica ogni novità. In pratica è un grado di leggere migliaia di pagine con decine di migliaia di sentenze e norme legali in pochissimo tempo, grazie ad un “cervello cognitivo”che non solo legge e capisce il linguaggio degli avvocati, ma è in grado di fare delle ipotesi e condurre ricerche su casi simili ricerche che gli consentono di formulare ipotesi. Quando a Ross viene posto un quesito, il sistema inizia a lavorare passando in rassegna l’intero corpus legale ed elaborando risposte che contengono citazioni leggi, di precedenti legali e di fonti secondarie, in maniera quasi immediata. Oltre che mostruosamente efficiente il nostro tecno-avvocato digitale è molto economico rispetto all’assunzione di un avvocato in carne ed ossa.

L’innovazione, però, è un fenomeno complesso le cui conseguenze non sono neutre e vanno governate. Se l’intelligenza non sa fare domande, allora tocca all’uomo farsi le domande giuste per la gestione di un rapporto, quello tra la macchina e l’uomo che ad oggi rivela solo in parte la sua straordinaria portata.
Uno dei principali attori del cambiamento che si vuole positivo e sostenibile è, senza dubbio, quello della cultura e del processo che lega scuola alla istruzione e alla formazione. In un’economia che ha bisogno di innovazione e che si basa sulla competenza e sulla conoscenza la sfida per la sostenibilità dello sviluppo passa senza dubbio dalla formazione. Più che prendere a martellate i computer sarebbe il caso di imporre ad usarli e a lavorarci assieme. Questo però non vuol dire che la nostra società abbia bisogno di un esercito di programmatori e di informatici e che chiunque abbia una formazione umanistica sia condannato a restare fuori dalla società attiva.
E’ vero il contrario, abbiamo bisogno di competenze possibilmente ibridate, che abbiano le risorse in termini di conoscenza e di competenze per gestire una fase di trasformazione come quella in cui ci troviamo, al punto che dovremo pensare alla formazione come ad un diritto individuale.

In Europa hanno capito talmente bene che la partita si giocava sulle competenze e sulle conoscenze che praticamente in tutti i paesi UE sono aumentati gli investimenti sulla scuola, sulla ricerca, sulla università e sulla formazione. Di scuola e università si parla e si è parlato molto. Di formazione si parla molto meno. Un po’ perché, come ebbe a dire Marco Bentivogli, il segretario della FIM che della formazione continua fa la bandiera sua e della sua organizzazione, in Italia per la formazione si spende poco e quel poco lo si spende pure male. Un po’ perché il mondo della formazione negli anni non ha dato prova di grande efficienza e qualità, ed è un problema per un paese manifatturiero che deve innovare processi e prodotti per restare competitivo nella scena del commercio globale. L’Italia è un paese afflitto da disoccupazione giovanile e da una scarsa propensione al turn-over nelle aziende. L’età media del personale in organico tanto nella Pubblica Amministrazione quanto nel settore dell’impresa privata è alta e imporrebbe massicce azioni di formazione ed empowerment del capitale umano. Questo significa sicuramente più risorse ma significa sopratutto più efficienza nella gestione e una forte consapevolezza del ruolo strategico che la formazione assume nel contesto della rivoluzione digitale.

Qualche esempio cui ispirarsi c’è naturalmente: su tutti probabilmente il più affascinante e il più sfidante sembra essere quello francese. In Francia la formazione è un diritto individuale del cittadino, e viene finanziata con un sistema tanto criticato quanto innovativo di voucher rilasciati direttamente a persona. Il conto personale per la formazione segue la persona lungo il suo percorso professionale e si configura come strumento la cui accessibilità segue criteri di universalità, a prescindere dal tipo di contratto. Al centro del sistema c’è il lavoratore e la tutela di un insieme di diritti da garantire. In Italia esiste una forte tradizionale sul sistema scolastico ed universitario, non sulla formazione continua, né sul Long Life Learning. Un raccordo tra questi soggetti potrebbe generare un effetto positivo su tutti gli attori della filiera.

La formazione in questo quadro diventa un motore di politica per il lavoro e una saldatura tra mondo della scuola e mondo del lavoro, annullando una competizione tra mondi che non ha nessun motivo di esistere se non quello della difficoltà di immaginare un sistema più ampio che ne comprenda le parti di cui si deve comporre.


 

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