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10 Mag

Gap culturale e formazione: come investire nel futuro

Una mente aperta

Ci servono nuovi modi per pensare e per relazionarci, se vogliamo che le aziende prosperino e siano in grado di gestire le situazioni spesso imprevedibili nelle quali devono operare.

Per questo nelle nostre aziende ci vogliono “specialisti dalla mente aperta”. Una contraddizione? «In passato si pensava per alternative, “o questo o quello”, ora si pensa in termini più complessi, “questo e quello”», ricorda Severino Salvemini, docente di organizzazione aziendale alla Bocconi.

«L’Ocse ci dice che, da qui al 2020, più di un terzo delle competenze che saranno considerate cruciali e quindi ad alta domanda per i posti di lavoro futuri, hanno oggi una importanza secondaria: le “social skills” – capacità di persuasione, intelligenza emotiva, abilità nell’insegnamento; le capacità cognitive – creatività, ragionamento analitico; e le “process skills” – capacità di ascolto, critical thinking». Inoltre, tutti gli studenti devono acquisire skill trasversali: autonomia, pensiero critico, problem-solving». …

Harvard da tempo ha dichiarato che è necessario avere più umanisti. Università tecniche, come Losanna, si dotano di corsi di “liberal arts” o “digital humanities”.

Il Centro Nexa, Internet e società, al Politecnico di Torino, non cessa di aprire strade importanti di ricerca e didattica. Non per nulla Scott Hartley scrive in un libro di successo che «le liberal arts governeranno il mondo digitale». Non è più questione di aggiornamento professionale: è una mutazione culturale della tecnologia e dell’educazione richiesta per progettarla e governarla. Alberto Di Minin, docente di Management alla Sant’Anna di Pisa, suggerisce equilibrio: «Immagino un modello formativo di eccellenza: esperienziale, perché deve mettere gli studenti a contatto con la realtà con cui poi andranno a confrontarsi; empatico, per cucire addosso allo studente un percorso formativo che gli stia bene; rigoroso, perché il libro di testo sarà forse superato, ma non sarà superata l’esigenza di rigore, metodo, qualità del linguaggio».

Il senso della formazione in questo quadro

La formazione è un continuo processo di trasformazione del comportamento attraverso il continuo coinvolgimento della persona nella sua totalità e complessità: esperienze, modi di pensare e di interagire, stili di vita e di pensiero, propensioni per il futuro e valori importanti, relazioni con le altre persone e gli eventi grandi e piccoli che la realtà ci offre.

Non può accontentarsi di un processo tramite il quale accumulare solo informazioni, perché hanno valore solo nel momento in cui la persona sa come utilizzarle.

Richiede l’interesse e la capacità di riflettere su se stessi, di riconoscere gli schemi abituali che ci sostengono e ci condizionano e la disponibilità a esplorare nuove modalità che ci accompagnino nei processi di apprendimento, di crescita e di cambiamento. La formazione è passione per l’osservazione e la ricerca di significato e di senso per ogni cosa che facciamo. Capirsi, capire e leggere dentro le cose, le esperienze, ciò che ci accade. Aiuta ad acquisire un diverso rapporto con la realtà, al di là delle apparenze, a vedere dove prima non vedevamo e dove altri non vedono. Una forma mentis, un approccio metodologico e sistemico che ci consentono di affrontare e gestire la complessità e la “liquidità” del mondo contemporaneo e, sul piano della prassi, ci abilita meglio e più di ogni altra disciplina di carattere specialistico a comprendere dinamiche non lineari, a risolvere problemi, a prendere decisioni. Esperienze, modi di pensare e di interagire, stili di vita e di pensiero, propensioni per il futuro e valori importanti, relazioni con noi stessi, con le altre persone e gli eventi che la realtà ci offre sono altrettante occasioni per ingaggiarsi, imparare a gestire e avviare il nostro sviluppo professionale e personale.

Scenari e gap culturale

team buildingCi sarà abbastanza lavoro nell’economia produttiva dominata dalle nuove macchine intelligenti? Quel lavoro sarà soddisfacente? Come ci si prepara a quel lavoro? Spesso la reazione a queste domande è un insieme di paure irrazionali e di speranze ingenue.

Intanto la visione del futuro giusta per una specifica azienda non è quasi mai quella che va di moda. E le persone che servono a questa specifica azienda non si possono definire con schemi a priori: la qualità del risultato aziendale dipende dalla qualità delle persone, da come noi interagiamo con loro e dal modo che hanno loro di lavorare insieme. E questa mentalità collaborativa si concretizza principalmente in due ordini di domande:
1. Che cosa possiamo imparare dagli altri?
2. Che cosa vogliamo diventare nei prossimi cinque anni?

Possiamo immaginare che cosa saremo tra cinque anni e fare una sorta di reverse engineering, creando uno scenario ricco, senza credere alle visioni superficiali di moda.

Possiamo assumere senza preconcetti le persone dotate delle capacità di cui c’è bisogno. Possiamo valorizzare le persone che sono già nella squadra e conoscono l’identità dell’azienda, anche perché quello che va bene per altri non va necessariamente bene per ogni specifica azienda.

Il 65% degli studenti di oggi farà lavori che ancora non esistono e questo richiede una nuova mentalità. Non a caso, secondo l’Ocse, la distanza tra domanda e offerta di lavoro è soprattutto culturale. Proprio in queste osservazioni si inserisce il discorso della formazione e del rapporto tra scuola e mondo del lavoro. E sono questi alcuni dei punti dai quali la formazione deve partire e dare risposta. Le imprese non sono “macchine”, ma sono “sistemi di relazione tra persone, contesti, attività e produzioni” e sono costruite dalle persone. La qualità delle relazioni e dell’organizzazione è il fattore strategico per il successo di ogni Impresa e implica un ripensamento continuo delle relazioni e della loro valorizzazione.

Questo rende indispensabile investire nella crescita personale e professionale; sostiene l’apertura della mente alla diversità e complessità, generando una visione più ampia del mondo, una migliore partecipazione alla vita personale, professionale e sociale, più consapevolezza nell’uso delle tecnologie, più attenzione e cura per la crescita e lo sviluppo di persone e situazioni. Per questo la formazione ha sempre una doppia anima: è rivolta al professionista per sviluppare competenze tecniche e alla persona che quel professionista è, per sviluppare competenze relazionali, comunicative, organizzative e di pensiero, in un procedere multi-dimensionale che è individuale, collettivo, complessivo.

Se non è così, non è formazione. Anche l’addestramento, per esempio all’uso di un nuovo macchinario, processo, strumento, lingua, comporta qualcosa di più: non sempre le persone sono in grado di accettare un’innovazione o un apprendimento, anche se tecnicamente è alla loro portata. Il cambiamento che comporta questa innovazione richiede un’attività di “riequilibrio” e di “ri-elaborazione” delle abitudini, dei modi di pensare, delle esperienze e degli apprendimenti precedenti. Ecco perché spesso gli “addestramenti” offrono risultati così modesti.

Articolo a cura di Ileana Moretti e Vincenzo Palma

 


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