Il futuro? Una mente aperta

Cultura dell’innovazione

Il mercato dimostra un’enorme domanda di cultura dell’innovazione.

Riprendendo la disamina sulle prospettive future cominciata con il nostro precedente articolo (per leggere l’articolo clicca qui), le aziende hanno bisogno di conoscere le opportunità offerte dalle tecnologie contemporanee e di assumere persone che siano partecipi di questo processo; accanto a questo hanno bisogno di cultura, per governare l’innovazione e non cadere nella trappola di confondere lo strumento con il risultato e soprattutto con la persona che di questo strumento si serve e che è l’unica in grado di definire parametri significativi tramite i quali misurare il risultato.

Anche i mestieri di ieri come il calzolaio, l’occhialaio, il sarto, il falegname, l’idraulico possono diventare innovativi con l’aggiunta di tecnologie elettroniche che consentano di disegnare prodotti e fornire servizi totalmente nuovi e capaci di rispondere alle esigenze di bellezza, senso, velocità e funzionalità che oggi apprezziamo.

La sostituzione delle macchine al lavoro umano non è un processo ineluttabile e travolgente, perché sono i progetti degli umani a guidare i fenomeni e le macchine, anche le più avanzate. Per fare progetti che tengano conto delle loro conseguenze, le persone hanno bisogno di cultura, di consapevolezza, di un pensiero ad ampio respiro. Il cambiamento tecnologico sfida la cultura a comprenderlo e gestirlo, altrimenti avremo macchine che comandano un uomo divenuto angusto o rinunciatario. E non sarà stata responsabilità delle macchine.

Per innovazione grafici mente apertaesempio molte imprese hanno imparato a selezionare i candidati tenendo conto anche di questo. Guardando in filigrana il curriculum, decifrano – accanto all’imprescindibile percorso scolastico di qualità – anche le esperienze sociali che i ragazzi hanno fatto nell’arco della loro vita: lo sport, il teatro ed altre performance, il volontariato, i loro interessi, i lavori estivi temporanei. Un approccio empirico che – se vogliamo leggerlo con acutezza – costituisce un’indicazione anche per la Scuola. Non è certo compito della scuola rincorrere lo sviluppo tecnologico dell’azienda, ma è suo compito dare ai suoi allievi, ai giovani, una solida preparazione di base, adatta ad accogliere sviluppo e innovazione.
Troppi giovani escono dagli studi con poche competenze linguistiche e scientifiche (a volte neanche quelle minime e basilari!) in cambio di un’infarinatura professionale presto obsoleta. In compenso non è stata creata alcuna opportunità perché vengano integrate nel loro percorso di apprendimento le esperienze extra scolastiche e quelle abilità personali, relazionali e sociali che saranno loro utili per essere quella generazione dalla mente aperta di cui tanto si parla.

Guidare o rincorrere? Riflettere!

Chi riflette, nelle organizzazioni, si accorge che per connettere sul piano pratico le opportunità offerte dalla trasformazione in atto e i valori che conducono il progetto aziendale o sociale bisogna pur avere un’idea di prospettiva: arriva un punto del viaggio in cui è necessario fare una pausa di riflessione e parlare di quella prospettiva, darsi il tempo per riflettere. E poi per progettare. Dobbiamo assolutamente diffidare di chi è talmente impegnato da usare come unico metodo quello di rincorrere sempre le scadenze e non avere mai il tempo per pensare.

Qualcuno non riesce mai a riflettere, perché ha sempre troppo “da fare”. Certo le attività sono molte nell’arco di ogni giornata, ma occorre chiedersi quanto abbiamo veramente da fare e quanto ci diamo da fare, ce lo diamo noi… Girando per aziende a occuparci di formazione, sempre più spesso abbiamo l’impressione che per alcune persone avere un’agenda strapiena, essere sempre almeno un po’ in ritardo con il lavoro, prendere e disdire appuntamenti, avere perennemente fretta sia più che altro uno status simbol e non una necessità. Tristemente, perché se ci pensate bene, va considerato più un segnale di difficoltà che di carriera. E certo è un segnale di mancanza di prospettiva e di visione.

Innanzitutto vale una prospettiva larga. Perché di fronte alla vastità del cambiamento occorre contestualizzare lo specifico del lavoro nel quadro più ampio degli scenari aperti dalle grandi sfide scientifiche, tecnologiche, economiche, sociali, culturali e persino ecologiche che ci troviamo ad affrontare. Per far funzionare un’impresa, anche un’impresa artigiana basilare e piccolissima, occorrono oggi competenze visionarie, per poterla inserire nel contesto in continua evoluzione in cui ci troviamo. Occorrono anche modi di pensare più aperti e meno ancorati ad aspetti lineari e meccanicistici, che pure sono stati un punto di forza fino a qualche decennio fa: valorizzare le proprie peculiarità, usufruire delle nuove tecnologie, creare collegamenti e inserirsi in reti, partecipare alle associazioni richiedendo loro lo sforzo di una direzionalità, una guida economica, produttiva, culturale. Tanto per limitarci a qualche esempio.

Prevedere non è ripetere

mani sfera previsioniLe sicurezze sulle quali si appoggiavano i lavoratori e le aziende del passato già da tempo sono messe in discussione. Ma la risposta non è fermare il processo: è piuttosto un salto culturale, che le imprese e i loro collaboratori devono compiere assieme. Perché l’aumento di produttività consentito dalle nuove macchine e la profittabilità dei nuovi modelli di business innovativi non elimina necessariamente lavoro, ma quasi certamente lo trasforma.

In che senso? David Autor e Anna Salomons, rispettivamente dell’MIT di Cambridge nel Massachusetts e di Utrecht in Olanda, hanno cercato di dare una risposta con il loro paper intitolato “Does productivity growth threaten employment?”, dedicato appunto al dubbio secondo il quale la crescita della produttività e della tecnologia potrebbe minacciare l’occupazione. E la loro conclusione è che la trasformazione tende a ricollocare il lavoro dalle attività dirette alla produzione di beni industriali che richiedevano soprattutto lavoratori di medie competenze verso servizi che polarizzano la domanda di lavoro: da una parte, persone con elevate conoscenze, dall’altra parte, lavoratori con capacità di execution. Sicché la produttività non diminuisce la domanda di lavoro ma la polarizza, appunto, in base alla preparazione dei lavoratori.


Quel che è certo è che tenderanno a ridursi le opportunità di lavoro per chi ricopre mansioni prevedibili e cresceranno quelle opportunità di lavoro che richiedono continue ed elevate capacità di gestire se stessi come professionisti e le proprie relazioni in funzione professionale, indipendentemente dal ruolo ricoperto. Insomma, le soft skills, ampiamente chiamate in causa ma non altrettanto ampiamente conosciute, approfondite e soprattutto praticate.

C’è chi vede in tutto questo prevalentemente le opportunità e chi si concentra principalmente sui rischi. Ma la realtà è probabilmente un insieme complesso di possibilità, progetti, fallimenti, drammi e successi: l’importante è imparare da ogni risultato, che sia quello voluto o no.

Le scelte operative – delle aziende e dei lavoratori – discendono anche dalla loro visione del futuro.

Migliorare l’analisi del futuro è parte del progetto di ricerca sul lavoro del futuro. Non possiamo limitarci a “prevedere”, guardando indietro e impiegando esclusivamente i dati del passato; il futuro non si realizza ri-proiettando n. volte la foto della nostra azienda di 20 anni fa! Come ha scritto tempo fa l’Economist: «L’economia è la scienza che studia perché le sue previsioni non si sono avverate». Progettare il futuro richiede la capacità di immaginare scenari ricchi e ampi, che non siano ancorati ai limiti del presente, anche se devono avere i piedi ben ancorati alla realtà. Secondo l’Institute for the Future, la prima legge degli studi sul futuro è: «Non esistono fatti del futuro, ma solo narrative». E appunto, molto spesso, le scelte si operano in funzione delle conseguenze che si pensa avranno all’interno delle narrative accettate. La sostituzione diretta di persone con macchine, per esempio, senza valorizzazione delle risorse umane esistenti in azienda è relativa a una narrativa, e soprattutto a uno scenario decisamente troppo povero. Chi gestirà queste macchine? Chi le sceglierà, le programmerà? Chi ne ipotizzerà aggiornamenti? Le macchine contengono quantità inimmaginabili di dati, ma non la stessa discrezionalità sottile degli esseri umani. Discrezionalità che va allenata…

Per esempio le macchine possono mettere gli umani nelle condizioni di spostare la loro attenzione verso attività a maggiore valore aggiunto, relative alla qualità del prodotto o alla creatività del progetto.

Non sappiamo se con questa mentalità raggiungeremo gli obiettivi dello sviluppo sostenibile. Ma, almeno, possiamo dichiarare che è possibile progettare un lavoro del futuro che non si lasci travolgere dalle novità che, consumisticamente, dopo poco non sono più nuove. La disoccupazione tecnologica di massa non è un destino ineluttabile. Una soluzione esiste, a patto che la si voglia davvero e ci si formi per riconoscerla, crearla, implementarla.

Articolo a cura di Ileana Moretti e Vincenzo Palma


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